“Per conoscere il Signore, è importante frequentarlo: ascoltarlo in silenzio davanti al Tabernacolo, accostarsi ai Sacramenti.”
“La nostra preghiera non può ridursi ad un'ora, la domenica; è importante avere un rapporto quotidiano con il Signore.”
“Partecipiamo troppo spesso alla globalizzazione dell´indifferenza; cerchiamo invece di vivere una solidarietà globale.”
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sabato 25 marzo 2017 - S. Ireneo vescovo e mart.
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Kennedy, 50 anni dopo Dallas non è più l´eroe tragico del sogno americano

La figura di JFK e la sua presidenza hanno perso negli ultimi tempi il carattere di promessa magica mantenuto per decenni e sono alla fine sfociati in una ben più sfumata, e realistica, considerazione di quel periodo.


Kennedy, 50 anni dopo Dallas non è più l´eroe tragico del sogno americano In un recente incontro a Pittsburgh, un gruppo di esperti e studiosi di John F. Kennedy si sono trovati d´accordo nel criticare le conclusioni della Commissione Warren, che nelle 889 pagine del suo rapporto finale (1964) stabilì che Lee Harvey Oswald agì da solo il giorno in cui uccise a Dallas il presidente Usa. Tra i presenti c´era uno dei più eminenti sostenitori della tesi del complotto, il regista di JFK Oliver Stone, che in un appassionato intervento non se l´è presa tanto con chi continua a sostenere la tesi di "Oswald unico omicida", quanto con l´assuefazione e l´oblio che ormai circondano uno degli eventi più importanti e tragici della storia americana. "La cospirazione del disinteresse è la più terribile di tutte", ha detto Stone.

Con l´avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della morte di Kennedy - il 22 novembre - gli Stati Uniti riflettono sull´eredità culturale e politica di uno dei loro presidenti più celebri - un presidente la cui salita alla Casa Bianca coincise con una fase storica di rilancio economico e sociale. Killing Kennedy, il film che ricostruisce le vite parallele di JFK e del suo assassino Oswald nei quattro anni che condussero all´omicidio di Dallas (tratto dal best-seller di Bill O´Reilly) ha totalizzato ascolti record domenica sera sul National Geographic Channel. Una serie di libri - tra i migliori, End of Days di James Swanson e If Kennedy Lived di Jeff Greenfield - ricostruiscono per l´ennesima volta vita, opere e tragedia finale del presidente. E tutti i maggiori network lanciano "speciali" dove il bianco e nero delle immagini si mischia alla nostalgia e al rinnovato dolore per quei giorni.

E´ comunque vero, come dice Oliver Stone, che la nota che sembra dominare, oltre le celebrazioni televisive ed editoriali, è quella di una certa indifferenza. La figura di JFK e la sua presidenza hanno perso negli ultimi tempi il carattere di promessa magica mantenuto per decenni e sono alla fine sfociati in una ben più sfumata, e realistica, considerazione di quegli anni. La morte del senatore Ted nel 2009, l´ultimo dei Kennedy ad avere un ruolo visibile e determinante nella politica americana, ha ulteriormente abbattuto il mito della "famiglia reale" Usa che per anni ha avuto libero corso su giornali, televisioni e nell´opinione pubblica. Sono altre, a questo punto, i Clinton, i Bush, i Paul, le famiglie che riescono a collegare politica, visioni sociali e aspirazioni di vita.

Un esempio abbastanza significativo di questo ribaltamento è un´inchiesta uscita alcuni giorni fa sul "New York Times", che mette a confronto i modi in cui i libri di testo hanno raccontato in questi anni la figura di JFK a milioni di giovani americani. Si passa dall´esaltazione quasi incondizionata degli anni Sessanta e Settanta alle critiche anche esplicite a partire dagli anni Ottanta. Il testo per le superiori del 1975 di Clarence Ver Steeg e Richard Hofstadter, A People and a Nation, esaltava l´azione di Kennedy a favore del disarmo nucleare e raccontava, in modo piuttosto in accurato, che durante la sua presidenza "bus, hotel, motel e ristoranti vennero desegregati" (in realtà gran parte della legislazione a favore dei diritti civili venne approvata sotto il suo successore Lyndon Johnson). Nel 1982 un´altra storica, Mary Beth Norton, mostrava invece la "considerevole mancanza di vigore" con cui Kennedy perseguì una politica anti-segregazione e biasimava il presidente per la folle gestione della crisi missilistica con l´Unione Sovietica. Secondo la Norton, l´eredità più forte di Kennedy fu "un´enorme espansione militare che accelerò la sfida con i russi".

La "storia d´amore" tra l´America e il suo presidente è dunque finita tempo fa e la tesi del giovane e tragico eroe che nei suoi 1000 giorni alla Casa Bianca rilanciò l´idea di un´America giovane e progressista non ha retto a quanto successo dopo: l´enorme e tragico sforzo militare del Vietnam e la sua ingloriosa conclusione; il declino economico americano e le sfide alla superpotenza Usa; l´integrazione difficile che nemmeno l´elezione del primo presidente afro-americano è riuscita a far avanzare. Quello che resta oggi - e gran parte dei libri usciti in questi anni e gli stessi "speciali" trasmessi dalle TV americane lo rivelano - è dunque soprattutto il mistero della morte, l´incapacità a distanza di cinquant´anni di ricostruire in modo certo e definitivo quanto successo a Dallas il 22 novembre 1963. Ancora recentemente T. Jeremy Gunn, direttore esecutivo dell´"Assassination Records Review Board" (l´agenzia istituita nel 1992 con il compito di raccogliere e pubblicare tutti i documenti governativi relativi all´assassinio di JFK) ha detto di "non essere un complottista", ma di "non sapere cosa successe quel giorno".

Gunn si riferisce ovviamente alle tante, forse troppe, contraddizioni e incongruenze che avvolgono l´assassinio di Kennedy e le indagini successive. James Joseph Humes, uno dei medici responsabili dell´autopsia, rivelò soltanto nel 1996 che una parte consistente del suo rapporto fu bruciata e riscritta da lui stesso "perché le pagine originali erano macchiate del sangue di Kennedy". Non si è mai saputo se il nuovo rapporto riflettesse in modo esatto quello originale. Altre incongruenze riguardano le foto scattate al momento dell´autopsia, che secondo alcuni testimoni non sono quelle conservate ora agli Achivi Nazionali (Sandra Spencer, responsabile del servizio fotografico di allora, dice di ricordare che il cadavere di Kennedy era composto e privo di ematomi; mentre quello che appare dalle foto degli Archivi è coperto di sangue e con un grosso buco in testa). E sotto la lente di ingrandimento, in questi anni, sono finiti i rapporti di Oswald con l´Fbi, un suo viaggio a Mexico City, oltre all´eterna questione di quante pallottole vennero sparate contro il presidente (secondo lo "United States Select Committee on Assassinations", gli spari furono quattro, non tre, e un libro del 1992, Mortal Error, ipotizza che almeno un colpo - quello che trapassò il cranio - venne accidentalmente sparato da un agente dei Servizi Segreti che si trovava alle spalle di Kennedy).

"Non so quello che successe ed ora è troppo tardi per scoprirlo", afferma Jeremy Gunn e le sue parole sono davvero il triste sigillo sul caso. Forse è per questo che l´anniversario dei cinquant´anni suscita interesse ma non vera partecipazione. Kennedy e la sua presidenza si sono trasformati da racconto del sogno americano in una spy story di cui non si intravvede soluzione. E alla fine nelle storie senza finale subentra, come lamenta Oliver Stone, l´assuefazione.

Data pubblicazione: 22-11-2013

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